Pompei – Come l’ho vista

La mia gita a Pompei si è svolta nell’aprile 2004. L’organizzazione, da parte della ditta dove lavora mio fratello. I parenti si potevano aggregare e così il mio babbo ed io cogliemmo l’occasione. In questi giorni Pompei è tornata agli onori della cronaca per lo stato di abbandono e incuria a cui è stata avviata.

Pompei si estendeva su quasi 64 ettari e la sua popolazione era di circa 20.000 persone. La planimetria della città dalla regolarità geometrica venne fondamentalmente derivata dall’architetto e urbanista greco Ippodamo di Mileto. Ma la planimetria di Pompei non si conforma alla rigida disposizione secondo angoli retti, e gli isolati non hanno dimensioni costanti che distinguevano, in genere, le opere di Ippodamo. Tuttavia , nonostante la carenza di esattezza, Pompei costituisce il primo esempio di pianificazione urbana sistematica in Italia. Architetti, progettisti e costruttori ebbero il loro momento più felice al tempo di Nerone, come conseguenza del terremoto del 62 d.C. Infatti, durante gli ultimi diciassette anni della vita della città essi furono chiamati, non solo ad ampliare la zona di Pompei, ma anche a ricostruire i numerosi edifici che il terremoto aveva distrutto o danneggiato. Tuttavia ciò prese molto tempo ed i costruttori non portarono a termine il loro lavoro; i grandiosi progetti per la ricostruzione degli edifici pubblici in molti casi non erano stati neanche avviati quando l’eruzione vesuviana del 79 d.C. ne provocarono la cancellazione totale.

Nei visitatori desta sempre sorpresa lo scoprire come fossero anguste la maggior parte delle strade dell’epoca. A Pompei esse erano larghe 2.4 o 3.6 o 4.5 metri, e la più ampia di tutte misurava poco più di sette metri. Su ambe due i lati delle strade principali v’erano zone soprelevate (marciapiedi) ma, poiché nel mezzo v’erano acque di scolo, si disponevano tra di esse grosse pietre per permettere ai pedoni di passare da un lato all’altro della strada. In molti incroci si incontrano delle fontane decorate con pietre scolpite sormontanti la vasca rettangolare di pietra. Le fontane, come pure numerosi edifici, erano alimentate da tubazioni di piombo disposte sotto i marciapiedi e che prendevano l’acqua da grosse cisterne, essa arrivava alle cisterne dalle colline dell’interno per mezzo un acquedotto che cominciava da Serino, nei pressi dell’odierna Avellino, a 26 chilometri nell’entroterra.
Le mura di Pompei rappresentano uno dei più importanti sistemi di fortificazione di città italica preromana che siano giunti fino a noi. In esse si notano non meno di quattro fasi di costruzione. Nel corso del II cesolo a.C. le difese vennero ulteriormente rinforzate e alla fine, verso il 100, furono aggiunte dodici torri.
Pompei aveva sette porte, cinque delle quali comunicavano con importanti strade esterne. Subito fuori le mura si estendevano grandi aree principalmente adibite a cimiteri, dal momento che le sepolture e le cremazioni erano proibite all’interno della città. I rapporti tra i vivi ed i morti erano molto intimi; alcune delle tombe più grandi erano dotate di sala da pranzo e perfino di cucina per i banchetti annuali previsti nel testamento di coloro che vi erano sepolti.

La fondazione di Pompei allo sbocco marittimo della valle del Sarno, sul finire del VII secolo a.C. o al principio del secolo successivo, segnò il destino stesso di questo piccolo centro che fu osco, poi etrusco, sannita e infine romano, sino alla famosa eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.
La strategica ubicazione non lontano dal mare e dall’estuario del fiume omonimo, tra la valle del Sarno e le vie di percorrenza che da Nola e Nocera ne rendevano possibile l’accesso, rappresentarono fattori determinanti per il suo sviluppo culturale e commerciale.
Priva di una vera e propria insenatura portuale, molto probabilmente sfruttò a tale scopo la foce stessa del fiume, tanto che la città fu egualmente considerata dalle fonti storiche (Strabone, Geografia, 5, 27) come epineion, ossia scalo marittimo di Nola, di Nocera e di Acerra.
Tuttavia per Pompei, al pari di altri centri della Campania antica, la questione che maggiormente sollecitò gli studiosi alla riflessione storica fu quella inerente alle origini della città.
L’origine etrusca fondava i propri argomenti sulla presenza di un piano regolatore ritualmente applicato, di abitazioni domestiche simile nella struttura a quelle di Marzabotto dotate di atrio cosiddetto “tuscanico”, della colonna etrusca inglobata in una casa della Regio VI, individuata da Amedeo Maiuri.
Per contro, la presenza di un tempio in stile dorico nella zona del cosiddetto Foro Triangolare della città deponeva a favore dell’origine greca.
Le indagini in seguito condotte alla cinta muraria alle soglie degli anni Trenta permisero di riconoscere, nei pressi di Porta Ercolano e di Porta Vesuvio, lunghi tratti di mura del periodo sannitico, mentre alcuni segmenti edificati in tecnica diversa, datate dallo studioso alla metà del V secolo circa, confortavano almeno l’ipotesi dell’influenza greca.
E’largamente verosimile che una presenza etrusca a Pompei sia da ipotizzare già in orizzonti abbastanza antichi, mentre ad epoca storica sembra doversi riferire una stanzialità etrusca in termini di maggiore organizzazione, proprio in concomitanza con l’espansione greca lungo le coste campane.
E’ dunque possibile che già al volgere del VII secolo a.C. gli Etruschi avessero inteso rafforzare la loro mobilità commerciale verso il meridione con la creazione di scali marittimi o situati nell’entroterra costiero.
Il favore accordato dalle popolazioni indigene, in tale quadro, deve probabilmente leggersi in funzione dell’affermazione di comuni interessi territoriali.
Un insediamento etrusco-indigeno doveva pertanto esistere a Pompei almeno in una zona della città, fortificata forse a partire dal principio del VI secolo a.C., con piccole pezzature destinate alle abitazioni vere e proprie e spazi liberi alla coltivazione.
Nella compagine etnica e sociale pompeiana, gli Etruschi, già insediatisi almeno dalla fine del VII secolo a.C., ma la cui presenza ben si avverte nella prima metà del VI secolo a.C. (in quella stessa epoca si collocano i frammenti di bucchero e di ceramica di impasto ritrovati), dovettero presto divenire l’elemento prevalente.
POMPEI – Un vero e proprio paradiso dei sensi quello appena inaugurato a Pompei, dove le terme dell’amore saranno presto aperte al pubblico. Un paradiso fatto di bagni promiscui, delle scene erotiche dipinte e anche l’unica scena saffica della storia della pittura romana giunta fino a noi:
si annunciano come uno dei siti di maggiore attrazione di Pompei, uno dei siti archeologici italiani con record di incassi.
Scoperte ben 50 anni fa e note fino ad oggi solo agli archeologi, le terme suburbane saranno aperte al pubblico da dicembre, per la prima volta, grazie al restauro finanziato dalla Compagnia di San Paolo. Le Terme sono un complesso che risale all’età augustea, concepite con un solo settore e uno spogliatoio unico, per uomini e donne, con pregevoli quadri a tema erotico che, stando ad alcune interpretazioni, erano le prestazioni offerte da una “casa” a metà fra la casa di cura e il lupanare. Hanno anche un ulteriore ambiente, con una grande piscina riscaldata, realizzata con una tecnica molto innovativa, che attraverso la creazione di una doppia camera, manteneva la temperatura delle acque costante.
Fra i gioielli dell’edificio, anche una fontana a Mosaico policroma, nell’area della piscina fredda, con affreschi raffiguranti soggetti marini. Lo spogliatoio è affrescato con quadretti erotici, che potevano anche servire come segnaposto. ”L’apertura delle Terme suburbane fa parte di una strategia di gestione complessiva degli scavi di Pompei, che da un lato procede ad organici e complessi interventi sui monumenti per assicurarne la conservazione adeguata, e dall’altro ne offre di inediti, mantenendo così di fatto sempre alto il livello dell’offerta per i visitatori – spiega il soprintendente Pietro Giovanni Guzzo – all’apertura delle Terme seguirà infatti anche la riapertura della Casa di Menandro e della Casa di Giulio Polibio, entrambe restaurate e pronte anche per la fruizione turistica.
Il quadrato magico di Pompei
Il seguente quadrato magico, riportante un’intera frase, ebbe molto successo soprattutto fra gli ammalati, che lo consideravano una sorta di panacea:

SATOR
AREPO
TENET
OPERA
ROTAS

Ciò che è scritto può essere letto indifferentemente in orizzontale dalla prima alla quinta riga oppure in verticale dalla prima alla quinta colonna oppure, ancora, in orizzontale dalla quinta riga alla prima (da destra verso sinistra) o, infine, di nuovo in verticale (dal basso in alto) dalla quinta alla prima colonna.
La prima apparizione di questo quadrato magico pare risalire ad un affresco in un’abitazione di Pompei.
La possibilità di leggere la stessa frase in quattro modi differenti la si deve al fatto che la prima e l’ultima parola (SATOR e ROTAS), come anche la seconda e quarta parola (AREPO e OPERA) sono l’una ottenuta leggendo l’altra in senso inverso, oltre al fatto che la terza parola (TENET) è palindroma cioè può essere letta sia in un senso che nell’altro.
La traduzione è:
SATOR Il seminatore
AREPO sul suo carro (arepo è parola di origine celtica il cui significato è simile a carro)
TENET dirige
OPERA con perizia
ROTAS le ruote (qui le ruote stanno a significare le orbite dei corpi celesti)

È chiaro che il seminatore è Dio mentre il carro è il suo trono.
Con tutte e sole le venticinque lettere che formano questo quadrato magico, fu composto un altro diagramma:

dove due PATERNOSTER appaiono intersecandosi, entrambi preceduti da A e seguiti da O, lettere che stanno per alfa e omega cioè i simboli dell’inizio e della fine di tutto.

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